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Tra parentesi2月25日 [Traslochi]Dopo il faticoso trasferimento da Villa Kobajashi a Villa Balorda, trasloco anche virtualmente: d'ora in avanti mi troverete solo QUI
(...credo definitivamente. Salvo magari qualche album fotografico) 2月21日 [Una persona perbene...]In piedi sul ballatoio, osservavo i ragazzi cui ho venduto la cucina che armeggiavano con il mio frigo. Passa una vicina, che mi fa:
«Se ne va?»
«Eh, sì...» faccio io.
«Mhm... e dove va?»
«Eh... in Nuova Zelanda, poi forse in Messico... insomma un anno sabbatico...»
E lei, andandonsene, in tono di rimprovero: «Ecco, una volta che arriva qui una *persona perbene* se ne va subito...»
(Segue il risuono di una sonora risata dall'interno di casa mia...) 2月10日 [MonGiggì...la fortuna è averti qui]Su segnalazione di Flor, leggo che una blogger è stata querelata da Gigi Moncalvo, "giornalista", per la pubblicazione di questo post. Il pezzo è una divertente descrizione della trasmissione serale che il Moncalvo condurrebbe sulla televisione pubblica, conduzione che l'autrice del pezzo definisce "immeritata". Si presuppone che la querela del Moncalvo sia legata a tale giudizio. Ma di esso, invero, l'autrice fornisce svariate ragioni, tutte legate alla ritenuta inettitudine del Moncalvo alla conduzione di quel programma... (...e nessuna legata al fatto - da taluni ritenuto - che quella trasmissione la conduca per il solo fatto di avere una tessera della Lega...) 2月9日 [Un pomeriggio a Budapest]Leggevo qui una recensione del film Munich, di Steven Spielberg, recensione che non sembrava male…
Il fatto è che ho smesso di leggerla. Mi sono perso nei ricordi. Non ho neppure seguito il dibattito che ho intravisto nelle repliche a quel post. E sì che mi interessava parecchio. Giuro.
Mica ricordi antichi, poi: di quest’estate.
Gli è che ero a Budapest, nei giorni precedenti a quelli in cui si sarebbero dovute girare alcune scene di quel film. Lo scoprimmo passeggiando nella strada che costeggia, posteriormente, il Teatro dell’Opera: tutte le insegne dei negozi erano in italiano.
Ne chiedemmo ragione a un pittore che stava appunto dipingendo una di queste insegne.
Com’era bella Budapest, quel giorno. Nel corso di tutto il giorno si erano alternate pioggia e sole, e nel tardo pomeriggio, cioè quando giungemmo all’Opera, il cielo era livido di nuvolosi neri, ma risplendeva il sole. La luce era straordinaria
Non poteva che uscirne un meraviglioso arcobaleno. Anzi due. Sì, ben due arcobaleni! Mai ne avevo visti due insieme.
E poi l’aria... C’era un’aria strana quel giorno a Budapest, e frizzante. Come piena di aspettative, indefinite.
Il pittore era un bell’uomo di mezza età: occhi azzurrissimi e lineamenti affilati. Una somiglianza notevole con Leonardo Di Caprio.
Ci spiegò che il giorno seguente avrebbero girato alcune scene di un film. Sulle Olimpiadi del 1972, ci disse. Il regista? Spielberg: sarebbe arrivato l’indomani. Cominciammo a parlare in inglese, ma Istvan - così si chiamava il pittore - ci disse che preferiva lo spagnolo, se per noi andava bene.
Parlammo senza sosta, di tutto: di noi, della nostra storia, di politica, di ungheresi e italiani, di globalità e tradizioni.
A un certo punto si fermò una signora, mentre le mezzore passavano una via l’altra. Esordì dicendo che aveva sentito parlar spagnolo e si aggregò alla conversazione come nulla fosse.
Che bello (e strano) clima che c’era. Sembravamo vecchi amici, ma in realtà parlavamo in piedi davanti a un’insegna italiana Anni Settanta, a Budapest, e per la prima volta.
A un certo punto la signora ebbe l’intuizione: forse che anche tu, Istvan, sei ungherese? Certo che lo era: scoppiammo a ridere tutti insieme. Stavano parlando da tempo in una lingua che non era la loro pensando reciprocamente che l’altro fosse spagnolo, mentre erano entrambi ungheresi.
Intanto il cielo imbruniva, ma il nostro fitto parlare non aveva soste.
Notammo – anche Istvan lo notò – che la signora aveva una bottiglia di vino nella borsetta! Il suo alito, in effetti, lasciava pochi dubbi sulla quantità di alcool ingerita. Scambiammo un sorriso d’intesa con il pittore. E continuammo a parlare.
Infine fu buio.
Con rammarico, e non prima di esserci scambiati i recapiti, dovemmo congedarci.
(Cosa c’entra tutto questo con il film di Spielberg? Niente. Probabilmente) 2月8日 [Kobayashi *tasta* Splinder]Non contento di dividermi tra Villa Kobayashi a Mediolanum e Villa Balorda a Karalis, ho ritenuto di operare una divisione anche virtuale: ora sarò anche qui --------> http://www.parenthesis.splinder.com/
(gli è che ho avuto diverse segnalazioni circa l'impossibilità a postare in questo spazio, e ciò è peccato) 2月7日 [Ma belle - pt. 2](segue dal 19 gennaio) Spirava un vento gelido su Berlino Est, quella mattina, e Alexander Platz era coperta di neve.
Michelle alzò il bavero del consunto pastrano di lana che indossava e rimpianse di non aver potuto portare con sé scarpe più adatte a giornate come questa. D’altronde non avrebbe rinunciato per nulla al mondo a recarsi presso la libreria internazionale dove soleva fare incetta di quella poca stampa sudamericana ed europea che raggiungeva Berlino Est: figurarsi se sarebbe bastata un po’ di neve!
Nulla. Anche oggi nemmeno un rigo sulle desaparicion. Non un rigo sulle torture.
Una smorfia di rabbia percorse le sue labbra, che d’un tratto si trasformò in una smorfia di dolore… dolore fisico: una fitta lungo la scapola. Le bruciature provocate dalle maledette scariche elettriche che i suoi aguzzini le avevano applicato in quella stanza lurida e buia tornavano ogni tanto a farsi sentire.
Ripensò ai giorni successivi alla cattura. Pensò - una volta ancòra - che quello che le faceva più male, in quei giorni terribili, non erano gli elettrodi: era l’angoscia di non sapere nulla dei genitori. O meglio: l’angoscia di sapere perfettamente che stavano subendo lo stesso orribile trattamento. Solo più tardi apprese che in realtà il generale, suo padre, era morto poco dopo la cattura: il suo cuore cedette subito alle scariche elettriche.
Mentre infilava i giornali nella tracolla di stoffa multicolore, pensò che quei vigliacchi fascisti avrebbero dovuto esser rovesciati al più presto. “Al più presto!” ribadì con forza tra sé e sé avviandosi verso casa.
Condivideva un piccolo bilocale con altre tre fuoriuscite cilene in uno squallido edificio: uno di quei casermoni tipici dell’edilizia realsocialista. Sulle pareti scrostate, avevano appeso una foto del Presidente Allende e alcune immagini di Santiago, sfavillante sotto la luce del sole estivo. Già – pensò Michelle – adesso a Santiago è estate…
Prima di salir le scale (com’eran modeste quelle scale umide e claustrofobiche rispetto alle scale imponenti, di marmo lucido, che la portavano all’appartamento di famiglia a Santiago!). Prima di salir le scale, si diceva, mise la mano nella buca delle lettere e ne estrasse una busta che recava quale mittente Jaime. Come era orgogliosa del suo Jaime: nell’assenza di tutti i più alti dirigenti (tutti riparati all’estero, o assassinati, o semplicemente “spariti”), era stato messo a capo del Partito Socialista, ormai ridotto all’illegalità e quindi alla clandestinità.
Ma come diavolo aveva potuto prendersi il rischio di scriverle? Poi guardò il francobollo: Venezuela… Era dunque dovuto fuggire anche lui? Aprì freneticamente la busta, senza aspettare di salire. Mentre leggeva, le si disegnò di nuovo sulle labbra quella smorfia, e infine accartocciò il foglio nel pugno, tremante di rabbia. Scriveva che non ce la faceva più, che la clandestinità cui era costretto gli stava facendo saltare i nervi, che aveva paura, paura anche della sua ombra ormai. Che quindi aveva deciso di fuggire, e aveva trovato un salvacondotto per il Venezuela. E infine che lei gli mancava, che non riusciva più a stare senza di lei, e che l’avrebbe raggiunta a Berlino.
Si presentò alla sua porta due giorni dopo: il suo sorriso seducente e bianchissimo sull’incarnato olivastro non commosse Michelle che lo raggelò con lo sguardo, bloccando lo slancio di Jaime, che stava per abbracciarla.
«Cosa c’è, Michelle?»
«Come hai potuto, Jaime?»
«Michelle, io…»
«Hanno ucciso mio padre, hanno torturato mia madre e me, stanno facendo sparire tutti i nostri amici… e tu… tu scappi. Scappi come un topo di fogna…»
«Non hai ricevuto la mia lettera? Ti ho spiegato…»
«Non mi importa un cazzo della tua paura, Jaime!»
Non usava mai quel linguaggio, Michelle, e Jaime si spaventò mentre lei continuava alzando sempre più la voce:
«Ti avevano messo a capo del Partito: avevi delle stramaledette responsabilità, Jaime! Lo capisci, questo, Jaime? Lo capisci?!»
Jaime chinò il capo, e lei cominciò a singhiozzare. Lui le si avvicinò, per abbracciarla:
«Non mi toccare, vigliacco! Non mi toccherai mai più finché non tornerai a essere un uomo»
Ne parlarono per tre giorni e tre notti, poi lui si decise a tornare. Non sappiamo cosa frullò per la sua testa, né cosa pensò durante il lungo viaggio che lo riportò in Cile.
Sappiamo però che Michelle non finì mai di pentirsi di averlo spinto a tornare.
Come era prevedibile, non fece a tempo a mettere piede sul suolo cileno che fu arrestato. Divenne dopo poco un collaboratore del regime. Decine di compagni – tutti i più cari amici di Michelle e Jaime – furono arrestati, torturati, uccisi, fatti sparire, forse gettati da un aereo militare nelle acque infestate di squali dell’oceano.
Michelle ripensò all’ultima volta che avevano fatto l’amore e alle note di Hey Jude che gracchiavano dal mangianastri del vecchio maggiolone, quella notte.
[Tutti i fatti riportati in questo racconto sono veri. O perlomeno, sono quelli che ho letto su un articolo apparso su Repubblica all’indomani delle elezioni cilene. Tutto il resto è frutto della mia immaginazione, ma rischia di essere verosimile] 1月28日 [Democrazia!]Due frasi mi hanno colpito in questi giorni: provengono dalla premiata ditta B&B.
La prima è dell’ormai onnipresente Mr. B italiano: “i nostri soldati stanno diffondendo la democrazia in molti Paesi”. Non so che idea abbia della democrazia un militare, ma ad ogni modo trovo un po’ inquietante che un uomo in divisa “diffonda” la democrazia.
Che poi – a dirla tutta – l’idea che hanno della democrazia coloro che pretendono di “diffonderla” (con i carri armati) è assai distorta: la democrazia non è un bene esportabile. La democrazia, lo dice la parola stessa, proviene dal basso, dal popolo. Non può e non deve esser imposta dall’alto.
Già, la democrazia… nel Grande Fratello globalizzato nel quale viviamo, ci hanno imposto la verità che la democrazia è il bene assoluto: democrazia!. Sembra che senza democrazia! non si possa vivere. Parlar male di democrazia! comporta anche una sanzione sociale: la gente ti guarda con sospetto. Sì, perché il Grande Fratello ha imposto questa verità: democrazia!, e da tempo è scivolata nel subconscio collettivo. Quindi in nome di democrazia! si possono usare le armi, uccidere, devastare.
L’altra frase è quella del Mr B statunitense che, all’uscita dei risultati delle libere elezioni palestinesi, ha invitato Abu Mazen, il leader del Fatah, il partito uscito sconfitto, a mantenere il potere e non cederlo ad Hamas, vincitore delle elezioni.
Praticamente l’invito a porre in essere un colpo di stato. In nome di democrazia!, claro. Perché se riduci la democrazia a uno slogan per rimbambire (democrazia!), quella vera - quella che esce da libere elezioni - può non aggradarti. Perché democrazia! è esportazione: se non la esporti, che democrazia! è?
(sì, Michelle: so che sei rifugiata a Berlino Est con quell’inetto di Jaime e non vedi l’ora di finire la tua storia, ma anche l’attualità reclama i suoi spazi.) 1月19日 [Ma belle]Quella notte, Michelle tornò a casa tardi. A dir la verità, era quasi l’alba, quando rincasò.
Aveva passato la serata con Jaime, il suo ragazzo. Militava nel Mir, Jaime, ma Michelle non aveva mai voluto entrarvi: un movimento di struttura e impianto così militare non era nelle sue corde. “E’ troppo”, diceva. E poi c’era già suo padre, in famiglia, a ricoprire cariche militari…
Questa argomentazione – che invero Michelle soleva addurre con il sorriso sulle labbra – irritava Jaime: le obbiettava che non c’entrava nulla, che suo padre era un generale dell’aeronautica mentre il Mir era un movimento di fronda della sinistra rivoluzionaria, l’ala dura dell’Unidad Popular del Presidente. L’ala dura, così diceva, Jaime.
Lo chiamavano ancora il Presidente, quando parlavano di politica. Sebbene fosse stato deposto – e ucciso – da ormai più di un anno.
Ma Michelle quella sera non aveva voglia di parlare di politica. L’aria era tiepida e le luci di Santiago così lontane… Mise su una cassetta dei Beatles. Il mangianastri del vecchio maggiolone gracchiava Hey Jude mentre lei si era persa a osservare il baluginare dei peli sul braccio di Jaime alla luce lattiginosa della luna. No, non aveva voglia di parlar di politica quella sera. Aveva voglia di far l’amore.
Si sentiva appagata, Michelle, mentre saliva le scale che l’avrebbero finalmente portata a letto.
Michelle ricordò che quella notte aveva cercato di camminare sulle punte, per non far svegliare i genitori, che le avrebbero rimproverato l’ora troppo tarda, ma l’enorme tromba delle scale di quel maestoso edificio borghese dove era nata e cresciuta avrebbe fatto rimbombare anche il passo felpato di un gatto.
Ricordò di aver trovato la porta socchiusa, e di essersi spaventata. Ricordò infatti di aver pensato con terrore che i ladri potevano essere ancora dentro.
Ricordò di aver spinto con cautela la porta verso l’interno e di aver visto alcuni uomini rovistare nei cassetti.
Ma fu solo quando vide il padre ammanettato e contuso che capì che non erano ladri. Proprio in quel momento sentì una stretta al braccio e si ritrovò gettata sul divano, dove già si trovava la madre.
Quando finirono di rovistare nelle stanze, trascinarono il generale verso la porta d’ingresso, annunciando: “Lui viene con noi”.
La madre di Michelle si alzò di scatto e prese per il bavero lo sgherro che pareva capeggiare il gruppo. Quando fu a non più di un palmo dal viso di questo giovane dai lineamenti ordinari, alto meno di lei, sibilò: “Pagherete tutto davanti a dio”. Lui tenne lo sguardo basso, ma non appena lei ebbe finito di pronunciare queste parole schiaffeggiò con quanta forza aveva quella donna fiera.
Uscendo indicò le due donne e disse: “Prendete anche loro”
[continua]
Domenica scorsa è stata eletta Presidente del Cile Michelle Bachelet, che - come molti cileni delle ultime generazioni - ha avuto una vita piuttosto romanzesca. Che ho provato a "romanzare"... In bocca al lupo, Presidenta!
1月13日 [Tra soffitti stellati, bidé e prove tecniche di avventurismo]Kàralis è scintillante, in questo inizio d’anno. Il sole scalda davvero, di giorno: forse è per questo che pare non esista il riscaldamento, nelle case dei karalitani. Peccato che al calar del sole il freddo si senta, pungente…
Un inizio d’anno insolito. Quindici giorni filati di mare e ozio, a gennaio, credo di non essermeli mai fatti.
Certo, debbo rispondermi ad interrogativi gravosi: meglio spendere cinque milioni per un biglietto aereo per la Nuova Zelanda o campare sei mesi in Centramerica con gli stessi soldi? Qualche spunto per la soluzione del quesito ci è stato dato dai reduci dell’uno e dell’altro luogo, che abbiamo intervistato nei giorni scorsi, ma la decisione arriverà solo in prossimità della partenza: al solito, improvvisazione (e disorganizzazione, claro!).
Nel frattempo, mi godo Villa Balorda. Il suo “soffitto stellato” (il vero soffitto di questa casa, infatti, non è quello – spiovente e angusto – della minuscola mansarda, ma quello esterno, che si gode dall’enorme terrazzo a picco sul mare, che stanotte era illuminato - a giorno - dalla luce lunare, lattiginosa e gialla), il suo... bidé (sì, perché facendosi il bidé, a Villa Balorda, si gode della vista del mare…), e i suoi brunch sul terrazzo...
(...Come quello qui sotto...) 12月31日 [Adieu 2005]Ricordatemi cosìììì… col sole in fronteeeee…
(un anno bellissimo, che ho potuto ripercorrere sulle foto del blog di out : da Lubiana a Camogli, da Istanbul a Dublino, da Sarajevo a Belfast, da Berlino a Budapest, da Rovigno a Praga. Senza dimenticare il magnifico luogo di abituale approdo, il mare di Atlantide, qui sotto nella foto a Stintino) 12月28日 [Eureka Belfast]Chissà come si chiamava quel paesino sulla strada per Giants Causeway, Irlanda del Nord.
Qualche casa addossata l’una all’altra intorno al porticciolo, la pioggia gelida sulla faccia, il mare in burrasca, il cielo color piombo e una sensazione di ebbrezza che certi paesaggi sanno dare più e meglio del whisky tre volte distillato che producono da queste parti.
Quando poi rientri tremante e felice sul pullman, ti prende la voglia di una casa calda, con enormi vetrate sull’oceano, una connessione internet, una buona libreria, un’abat-jour e un piumone matrimoniale: proprio come quelle viste nell’immediato entroterra del porticciolo senza nome, dove l’erba è pettinata, e di un verde così brillante che sembra finto.
Il cielo si libera, prima di arrivare a Giants Causeway: nuvole rosa e nuvole nere si parano in due fronti contrapposti, e lo spettacolo è notevole, con lo squarcio dell’azzurro nel mezzo. Abbassare lo sguardo mozza il fiato: altissime scogliere tagliano in due il cobalto del mare e il verde elettrico dei prati. Camminare sul filo di quel pendio, con quel cielo sulla testa - incombente e basso - ti fa considerare in maniera eufemistica il vento che ti si infila nel pastrano: “temprante”, non semplicemente gelido qual è.
Il tempo cambia in fretta, quassù: e infatti non appena giunti su questi spuntoni tutti incredibilmente esagonali - i Giants - è di nuovo pioggia, a secchiate. E’ bello sentirla che ti sferza il viso, insieme agli spruzzi salsi dell’oceano… Gli ombrelli sono orpelli inutili, a fronte di una natura così.
A Belfast, invece - forse perché amano far credere di essere inglesi - confidano ancòra nell’utilità di quest’orpello. Almeno a giudicare dalla quantità che ne incontri, stramazzati sui marciapiedi, o al di là di cancelli (perché gli ombrelli volano, a Belfast: anche al di sopra dei cancelli).
Assumono forme strane, le carcasse d’ombrello. I ferretti, ormai scorticati della tela di nylon che erano chiamati a reggere e svolgere, paiono scheletri, e la tela un corpo accasciato, che sventola - ormai inerme - come una bandiera a mezz’asta. Nature morte: così affascinanti che abbiamo preso a fotografarle tutte.
Siamo volati a Belfast spinti dalla lettura di un libro straordinario, Eureka Street, e dall’amore per la Storia. Non vai a Belfast se non ami la Storia: non ha monumenti importanti, né colpisce dal punto di vista architettonico, sebbene le casette basse di mattoni rossi rendano il fascino della città operaia dove fu costruito il Titanic. Nemmeno produce una buona birra, e la Guinness la servono solo nei pub cattolici…
[(…)Vi accorgerete che Belfast è, letteralmente, una discarica, un terrapieno, uno scosceso arenile. Il suo nucleo si erge su una piana che due secoli fa non esisteva. Cumuli di terra furono scaricati in mare e lì sopra sorse Belfast. I suoi abitanti dicono che è sorta dalle acque come per miracolo, ma la verità è che quando fu scagliata in mare, non affondò.]
In compenso, di Storia ce n’è quanta ne vuoi.
Corre sui muri delle case, ornati in ogni angolo della città di murales evocativi. In Shankill Road, e in generale nei quartieri protestanti, predominano - sui murales - ideologie reazionarie, ritratti della regina e della regina madre (temi sovvenzionati dallo Stato inglese), bandiere inglesi, e un manicheismo talora decisamente sfacciato. Come quel murales che rappresenta un bivio: da una parte la freccia indica “Eire” e “war” con di fianco un militante dell’Ira in tuta mimetica; dall’altra la freccia indica “United Kingdom” e “peace” con di fianco un buon borghese in giacca e cravatta. In Sandy Row - altra via spiccatamente protestante - tutti marciapiedi sono dipinti con i colori della Union Jack. A West Belfast, la parte cattolica - su tutti la celebre Falls Road – i murales rappresentano invece temi separatisti (con i contributi di artisti catalani, palestinesi, baschi), o ritratti dei grandi leader nazionalisti, come Bobby Sands, morto in galera in seguito a uno storico sciopero della fame di sessantasei giorni condotto insieme ad altri nove compagni, o Kieran Nugent, il primo blanketman, cioè il primo che rifiutò la divisa da carcerato per differenziare la sua qualità di prigioniero politico da quella dei delinquenti comuni. L’ideologia sottesa è certamente “progressista”, spesso pacifista. Anche da questa parte della città la retorica è abbondante, e talora sfiora il ridicolo: come all’interno del memoriale ai caduti, che vede una targa che celebra, accanto ai caduti durante gli scontri, anche i membri dell’Ira morti di morte naturale…
[(…)Sotto i lampioni, su ogni muro, spiccano le scritte IRA, INLA, UVF, UFF, OAG. E’ una specie di diario: in una calligrafia sgangherata i muri, crepati e sbiaditi, raccontano le vicende e gli odi della città]
E’ immortalata financo sui cartelloni pubblicitari, la Storia: un po’ come a Sarajevo, dove quella che pare la pubblicità di un jeans è invece un invito al riconoscimento di un cadavere di Srebrenica. Qui, accanto alla pubblicità del collant, trovi il cartellone che ti chiede se sei vittima dei Troubles, invitandoti a chiamare un numero.
La cogli nelle telecamere a circuito chiuso che campeggiano fuori dai pub cattolici, facilmente riconoscibili dal gran numero di bandierine irlandesi che sventolano al suo interno, o dalle fotografie di calciatori del Celtic nelle teche, o – in quelli più discreti – da un indizio inconfondibile: la Guinness. Solo i pub cattolici servono la scura di Dublino.
La Storia, infine, è tutta in quel muro. Non è (era) solo Berlino, la città del Muro. Ce n’è uno anche qui: è diverso, certo. Non è stato imposto dall’alto per spartirsi un territorio: è stato alzato per opporre una barriera alle tensioni nate dal basso. Ora, le sassaiole tra una parte e l’altra della città, tra i guelfi e i ghibellini, necessitano di un braccio più forte per giungere a segno.
Il Muro divide la parte cattolica (West Belfast) da quella protestante, e si trova proprio dietro Bombay Street, la strada dove hanno avuto inizio i Troubles. L’ingresso è segnato da quello che viene chiamato – neppure tanto ironicamente – Check Point Charlie. In effetti, c’è tutto quello che serve per qualificarlo come il celebre confine berlinese: la cabina dei controllori, le telecamere, i fari ingabbiati per evitarne la distruzione, un cancello puntuto, il filo spinato. Ora è anch’esso ornato dei murales fatti dai bambini di entrambe le parti, ma la tensione non è del tutto venuta meno.
[(…) L’intera superficie della città pullula di vita. Il terreno è reso fertile dalle ossa dei suoi innumerevoli morti. La città è uno scrigno di storie e di racconti presenti, passati e futuri. E’ un romanzo]
Dopo aver varcato il checkpoint, infatti, percorriamo la strada che corre lungo il muro, dalla parte protestante. Su un edificio abbandonato al di là del muro scorgiamo dei ragazzini che cantano inni nazionalisti all’indirizzo di coetanei protestanti che stazionano in un prato, al di qua del muro. Le dico di coprirsi col cappuccio, ché non si sa mai… mi risponde: “tu dici? Ma va, dai…” Non fa in tempo a finir la frase che arriva giù un calcinaccio. Urliamo qualche improperio al loro indirizzo, in italiano. Uno dei ragazzini dice all’altro: “mollali, sono fottuti turisti”. Eureka Belfast (quella di un tempo, neppure lontano).
Sì, abbiamo trovato anche un pezzo della vecchia Belfast: ce l’hanno tirato addosso da un edificio abbandonato, lungo il muro.
Ma non è più un città in guerra, Belfast: l’economia vola, i lavori pubblici – con la scintillante ristrutturazione della zona portuale – anche.
[(…)Se volgete lo sguardo sulla città, vedrete che c’è davvero qualcosa che divide i suoi abitanti: qualcuno questo qualcosa lo chiama religione, altri politica, ma è solo il denaro il vero motivo di differenza e di discordia. Ci potete scommettere e non perdereste il vostro denaro. Vedrete strade immerse nel verde e strade soffocate dal cemento: immaginatevi vite immerse nel verde e vite soffocate dal cemento]
Quello che era stato disegnato come un conflitto dettato da motivi religiosi, si è rivelato per quello che era: una guerra tra poveri, dettata dalla crisi economica e dalla mancanza di lavoro. E attizzata dalla politica neocoloniale inglese, che per anni ha azzerato i più elementari diritti civili, con perquisizioni immotivate di case, assegnazione dei posti di lavoro pubblico ai protestanti, arresti illegittimi, pallottole di gomma e torture sistematiche dei sospettati. Non allenta le tensioni, una politica così.
[(…) Ma di notte, in mille modi diversi, Belfast è la prova dell’esistenza di dio. Sembra il centro dell’universo. (…) Dovreste fermarvi una notte in Cable Street, e mentre il vento vi sferza il viso, ascoltare immobili, in estasi, la voce di un passato sconosciuto. Allora, non riuscireste più a staccarvi questa città di dosso]
* Le frasi tra parentesi quadra sono tratte - ça va sans dire - da Eureka Street, di Robert McLiam Wilson, Fazi Tascabili 12月16日 [Cali di tensione]Bene. Stamattina mi sono ritrovato in studio - tra l'ilarità generale - con una scarpa di un colore e una di un altro. Paola - la segretaria - è appena passata con un pennarello: sgrunt. (L'anno sabbatico può dirsi iniziato...) 12月14日 [Su Di Canio e le società aperte]L'altro giorno - per la prima volta dopo settimane - ho acceso la tv: c'era uno spezzone in cui Belpietro, con il suo ghigno beota ben stampato in viso, intervistava Di Canio, e gli chiedeva: «come mai se uno fa il saluto romano si solleva un vespaio mentre alzare il pugno chiuso è considerato un gesto neutro, se non addirittura positivo?»
L'indegno successore di Montanelli alla direzione del Giornale ha insomma fatto quella che si suole definire una domanda inginocchiata: il suo interlocutore ha avuto il destro di sfogarsi sulle ingiustizie del mondo. E certamente non poteva essere lui a obbiettargli che se il saluto fascista suscita un vespaio e il pugno chiuso no è perché - forse - esistono norme, anche di rango costituzionale, che condannano questo e non quello.
(Poi - è chiaro - si tratta di norme vetuste: una società aperta e liberale non deve temere l'espressione di alcuna idea, per quanto estrema. Fa molta più paura, per come la vedo io, il servizio successivo mandato da quel Tg: la possibile riconciliazione tra un cantante e una starlette televisiva... bah) 12月10日 [Sciarpista per caso]Ebbene sì: il vostro Kobayashi ha appeso la toga al chiodo e si è dato alla manovalanza nel settore della moda.
Era dai tempi dello strillonaggio al Meazza che non mi occupavo di qualcosa di diverso dal diritto, ma finalmente qualcuno si è accorto che non sono solo occhiali e cervello: Manifattura Karalitana ha saputo riconoscere le mie doti manuali e mi ha assegnato il ruolo di sciarpista...
(...no, non "sciampista": quelle sono le sciacquette che lavorano dalla parrucchiera di fianco al laboratorio. Io sono uno sciarpista, mh!) 12月9日 [Sonos 'e memoria] #1 maggio 2005, domenica, sera# Nudo sul terrazzo, la pelle salata di mare e sudore. La luce del tramonto, il mare rosa, il fumo azzurognolo di una sigaretta e una Ichnusa gelata. Bevuta a lunghe sorsate, la gola arsa dall’amore fisico appena consumato. Cosa volere di più? * * * Musica, per esempio... Palco del Teatro Lirico di Kàralis: sette straordinari musicisti per sette strumenti diversi, e una cantante, disposti a semicerchio: da sinistra a destra il bandoneon, il violoncello, Elena Ledda, la mandola, percussioni&batteria, il contrabbasso, le launeddas, la tromba. E, di lato, sul fondo, un coro di quattro voci, disposto a quadrifoglio, sul quale scende un fascio di luce: guardandosi in faccia, iniziano a intonare, potenti e fieri, un canto popolare atlantideo, di quelli che Frank Zappa, parlando con mio fratello, ha definito una delle sue “fonti” più ammirate. Silenzio. Partono gli strumenti. Uno dopo l’altro, poi insieme. A un orecchio profano paiono disegnare contaminazioni tra folk e jazz. Poi il canto di Elena Ledda, una limpida nenia in lingua atlantidea, ma di sapore mediorientale. Alla fine, restano solo le percussioni e la tromba di Paolo Fresu. Atmosfera magica, vibrante. Ma è solo un’introduzione alle launeddas, strumento a fiato il cui suono ricorda quello delle cornamuse: anch’esso fatto di canne, ma sprovvisto – apprendo in seguito - dell’otre di pelle di cui è dotata la cornamusa... l’aria rincula quindi nelle guance di Luigi Lai, che delle launeddas è l’esecutore numero uno. La melodia che esce dalle launeddas è struggente, e solo ora raccolgo i fili del lungo preludio musicale e vocale, il cui senso era quello di arrivare qui, al canto tormentoso che esce da quelle canne, al ritmo che aumenta, e vibra: mille strumenti in uno solo. Brividi. Dapprima sulle braccia e poi lungo la schiena, fino alla nuca e agli occhi. E poi un prurito sul palmo delle mani: la voglia di batterle forte, finalmente appagata alla fine di questo straordinario monologo. Il teatro esplode, orgoglioso. Il secondo pezzo parte con il suono del bandoneon, una sorta di fisarmonica, che si produce in suoni tristi, e nitidi, suoni di cui non credevo capace una “sorta di fisarmonica”. Gli strumenti si cedono il passo l’un l’altro e paiono dialogare tra loro, rispondersi, così come il coro a quadrifoglio di Santulussurgiu. La voce di Elena Ledda è questa volta accompagnata dalla mandola, e il pezzo vede la straordinaria performance del percussionista, i cui suoni fanno vibrare la cassa toracica, non per il loro volume, ma per la loro intensità. Sul terzo pezzo passano le immagini di una Atlantide d’inizio secolo (scorso). Rappresentano un mondo arcaico, lontano, di risorse e sfruttamento: la pesca, le miniere del Sulcis, scene di vita agro-pastorale, la concia delle lane, i cesti di vimini sulle teste delle donne, la raccolta delle mandorle nelle ampie sottane, e poi ancòra le tonnare, i pastori, e visi fieri, come intagliati nella pietra. La musica ha lasciato la scena alle immagini, ma continua a suonare intonando una incredibile colonna sonora. Immagini che danno una forma postuma a quanto ascoltato durante il concerto: allo struggimento delle launeddas, al canto triste del bandoneon, alla nenia lamentosa, alle voci fiere del coro. Dieci minuti ininterrotti di applausi sull’ultima nota, accompagnata dell’immagine di due lavoranti – forse una madre e una figlia - e il loro sorriso. Fino al bis. 11月25日 [A reason to move]Sentirsi a casa... sentirsi a casa da qualche parte... Ripensavo a queste espressioni sentite da C. giusto ieri, mentre stamattina percorrevo il tragitto da casa all'ufficio.
Tragitto che mi impone di passare attraverso le vie della mia infanzia e adolescenza. Proprio in quel momento su Radio Capital passava Mexico di James Taylor...
[Way down here, you need a reason to move]
Ho sempre vissuto a Milano, già... Una casa, quindi, io ce l'ho. Già.
Mentre passavo con l'auto, guardavo gli abitanti del Lorenteggio: visi famigliari, modi di vestire conosciuti, il mercato del giovedì.
Sono nato e cresciuto lì (fatta salva una breve parentesi nel parmense, pressoché dimenticata). Poi la prima casa da persona indipendente, sul Naviglio Pavese. E poi il salto sull'altro naviglio. D'altronde, mi ero sempre detto che - non appena avessi potuto scegliere io - sarei stato vicino all'acqua. A Milano, di acqua, quella del naviglio c'è...
A tutto questo pensavo - mentre le note di Mexico sfumavano e la radio passava a Stand By Me - e anche alla possibilità che tutto questo potesse mancarmi. Già, la nostalgia: nòstos, la casa...
[No, I won't be afraid ]
Chissà. Di certo mi ha sempre spaventato assai di più l'angoscia dell'immutabilità: un lavoro sempre uguale, o la stessa città dal primo all'ultimo dei miei giorni... E - quasi senza accorgermene - ho sempre abilmente evitato qualunque cosa mi legasse, mi impigliasse, mi condannasse all'invariabilità: un mutuo, un matrimonio (ipotecare un sentimento come l'amore: che cosa poco romantica...). Un figlio.
[Woh, Mexico. It sounds so sweet with the sun sinking low]
Né ho mai sentito di avere delle "radici": sto davvero bene solo quando vago per città ignote, e trepido per carpire i loro segreti. Mi sono sentito a casa a Sarajevo come a Belfast, a Praga come a Berlino, in Croazia come ad Atlantide. E rinchiudere questa seducente inquietudine nell'angusto giogo agostano di un viaggio a termine comincia a starmi stretto.
[The sun's so hot I forgot to go home]
Mexico, dunque? Di certo... tu... stand by me!
[No, I won't be afraid / Just as long as you stand / Stand by me] 11月11日 [Non una sola parola]Fosforo bianco, si chiama.
E' un'arma chimica: scioglie la pelle, poi la carne. Arriva fino all'osso, consumandolo. Molte foto rappresentano cadaveri senza estremità. Spaventapasseri, sembrano. Invece sono uomini, donne. Bambini.
Sono state utilizzate a Falluja, Iraq.
D'altronde erano andati lì per debellarle, no?
Già: e pare che finalmente siano state trovate. Il criminale di guerra, l'assassino, il terribile sanguinario ha finalmente un nome!
Si chiama George Bush. Perché quelle armi sono state usate dall'esercito statunitense.
Beh, pare stia venendo a galla una verità pesante. Come un macigno. Una verità da verficare nei dettagli, certo, ma che certamente riempirà pagine e pagine nei libri sulla storia degli Anni Duemila.
Eppure, su Corriere e Repubblica - i quotidiani che sono oggi riuscito a scorrere - neppure un rigo è stato speso. Sui radio e telegiornali, neppure un accennno sottovoce.
Certo, lo scoop è di un'altra testata, Rainews24 (http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/body.asp), ma uno scandalo così enorme, e terribile, e storico - in condizioni normali - sarebbe stato ripreso in prima pagina da tutte le testate. In condizioni normali.
In un regime, è preferibile parlare delle intenzioni degli italiani circa le destinazioni nelle festività natalizie.
Non è carino far sapere loro che hanno speso centinaia di milioni di euri nel fiancheggiamento di un criminale di guerra. Che ha ridotto donne, uomini e bambini, così, come nella foto che allego.
No, non è carino: potrebbe andar loro di traverso il pranzo di Natale. 11月9日 [Il cielo no]Si stava ormai facendo sera. Guardò il cielo sopra la sua testa: le nuvole lunghe e strette, che solo poco prima scorrevano in maniera quasi invisibile nel loro inutile biancore, adesso si erano colorate di un rosa intenso e si scioglievano in un cielo liquido color cobalto, irrorandolo di pallidi riflessi rosei.
Pensò che era maledettamente struggente quel cielo. Pensò che quel cielo, proprio quella sera, rendeva tutto più difficile. Pensò alla sua Agnese, che per consolarlo di quella loro condizione assurda, gli ripeteva sempre la frase di un romanzo di Christa Wolf appena pubblicato, e che sembrava raccontare la loro storia: «Il cielo non lo possono dividere».
Amava Agnese di un amore intenso e innocente, come solo gli amori divisi sanno essere. Aveva vagolato tutto il giorno per le strade della città, e aveva reso visite inaspettate ai suoi due amici più cari: neanche a loro poteva confidare il suo segreto. Aveva sentito dire che il regime era ovunque, e conveniva non fidarsi di nessuno: chiunque poteva essere una spia, o quanto meno ovunque potevano esserci orecchie… Anche i muri le avevano: così aveva sentito dire.
Cenò, come d’abitudine, con i suoi genitori nel modesto appartamento dove vivevano: non ebbe il coraggio di guardare sua madre per tutta la durata del pasto. No, non l’avrebbe detto neanche a loro, il suo segreto. Si sarebbero preoccupati, avrebbero tentato di dissuaderlo. Invece, annunciò loro che avrebbe passato la notte fuori.
Andò da Inge, una biondina niente male, che gli faceva il filo da un po’… ma lui amava Agnese. Se la passava bene, Inge: era figlia di un funzionario di partito e stava laureandosi. I genitori le avevano messo a disposizione un piccolo appartamento: così avrebbe potuto trovare la concentrazione per scrivere la tesi. Anche lei - come i due amici nel pomeriggio - fu sorpresa dalla visita di Bernd. Ma prima che potesse dire qualunque cosa, lui le mise l’indice sulle labbra. Lei tacque, come lui le aveva comandato, e pensò che era bellissimo. Lo era, in effetti: alto, elegante, dritto come un fuso, i capelli biondi e spessi, occhi blu, severi, l’incarnato rosa, labbra morbide e crudeli. Bernd osservò la sua camicetta di flanella giallo pallido, con minuscoli fiorellini a decorarla: era stretta, e le comprimeva il petto. Gliela sbottonò e ne guizzarono fuori i piccoli seni. Il suo desiderio avvampò all’altezza del cavallo, proprio lì dove lei appoggiò il palmo della mano, come a saggiare l’importanza di quell’erezione. Si spogliarono freneticamente e lui la scopò con vigore. Quasi con rabbia, si sarebbe detto.
Poi lei si addormentò abbracciata a lui, esausta, e probabilmente felice. Bernd non dormì: fumò una sigaretta via l’altra, fissando lo squallido lampadario che incombeva su quella stanza spoglia.
Quando ritenne giunta l’ora si alzò, e mentre si rivestiva osservò il vecchio guardaroba, e i muri scrostati. Andò via.
~
I gomiti appoggiati sul tavolo, e la testa a pochi centimetri dal piatto, Andrej sorbiva rumorosamente la minestra che gli aveva preparato Nataśa, come ogni sera.
«Non eri così un tempo, Andrej…»
«No, eh? » rispose lui sarcastico.
«Io non ne posso più Andrej. Non ne posso più di esser trattata così: non parli mai. E quando ti si chiede qualcosa, rispondi con quel tono… »
«E allora? » fece lui, annoiato.
«E allora?! Credi che sia facile per me vivere in una città straniera? In una città dove tutti ci odiano, dove ci considerano invasori? L’ho fatto per te: ti ho seguita! E ora tu lo vedi? Lo vedi come mi tratti? Lo vedi?»
«Nataśa, credi che sia appagante passare le mie notti con un fucile in spalla a far la guardia a uno stramaledetto muro, alzato per dividere in due la città… Ma ti rendi conto? Come spezzare in due la nostra Kiev! E’ delirante! E in questo delirio, io… Lo capisci?!» cominciò a urlare… «Io! Lo capisci?! Io! Io devo pure sparare a chi si avvicina a quella merda di muro! Io devo sparare, lo capisci!? »
Sbattè il cucchiaio nel piatto non ancora vuotato. «Vaffanculo, Nataśa» sibilò. Uscì sbattendo la porta. Nataśa pianse, anche quella sera.
~
[Bernd, che faceva Lünser di cognome, è realmente esistito. Ed era davvero un bellissimo ragazzo: potete vedere una sua foto al Museo del Muro, a Berlino. Non so se quella notte volesse raggiungere una Agnese, o volesse solo respirare l’aria dell’altra metà del cielo. Di certo, il 4 ottobre 1961 fu ucciso mentre tentava di raggiungere la parte ovest della città. Chissà, forse la guardia che lo uccise faceva Andrej di nome]
* * *
Colpisce molto il Muro, quando passeggi per Berlino. Non c’è più, è vero: ma la sua potenza evocatica, simbolica, è rimasta intatta. O almeno così mi pare. Sarà che vi è uno stretto lastricato di pietra che percorre le strade laddove un tempo vi fu il Muro (come a Sarajevo, dove talvolta ti imbatti in macchie di vernice rossa, sulla strada, nei punti dove sono esplose le bombe più sanguinose). Sarà che una parte di Muro, lunga non più di un centinaio di metri, è stata lasciata in piedi, o che ne è stata ricostruita una parte con “pezzi” originali, in un’altra parte della città, diventando un’apprezzata e molto fotografata esposizione a cielo aperto di graffiti. Sarà che i berlinesi tuttora si chiedono se il “muro psicologico” che dividerebbe i cittadini della parte ovest da quelli della parte est, sia di là da cadere.
Non so se questa potenza simbolica abbia ispirato gli artisti della città, ma è curioso il fatto che tutti i monumenti moderni di Berlino abbiano un forte impatto allegorico. Penso al monumento dedicato all’olocausto. Lo vedi da lontano e ti sembra un cimitero: poi quando ti avvicini vedi che non ci sono nomi su quelle che sembrano lapidi, ma non sono lapidi. Soprattutto, avvicinandoti, ti avvedi che quei parallelepipedi scuri hanno altezze diverse, sempre maggiori, e la strada su cui cammini discende... quelle “lapidi” sono sempre più alte e fanno ombra... quello che pareva un cimitero assume la forma di un labirinto, e sei avvolto da una sensazione onirica... vedi passare gente tra un parallelepipedo e l’altro... come fantasmi, appaiono, e scompaiono subito dopo... dietro l’ennesima “lapide”... non vedi più la fine del labirinto, e perdi l’orientamento, sovrastato dall’altezza dei parallelepipedi... provi una sottile angoscia, e smarrimento... Sensazioni simili a quelle che devono aver provato gli internati nei campi di concentramento, già. Il monumento, oltre che fortemente allegorico, diventa quindi interattivo: ci entri dentro e ti induce delle sensazioni. Penso al monumento dedicato al rogo dei libri, organizzato dal Reich nel 1933: è situato nel punto ove esso avvenne, nella grande piazza dove si fronteggiano le università berlinesi. Al centro di essa, per terra, i sanpietrini sono interrotti da una lastra di vetro, quadrata. Guardando attraverso il vetro, sottoterra, si vedono degli scaffali sgombri. Rappresentano il vuoto lasciato da quel rogo. Proprio dall’altra parte della strada, entri da un portone in una sala enorme, completamente spoglia. Al centro, una donna con un ragazzo tra le braccia. In alto, proprio sopra la statua della donna, un foro circolare che dà sul cielo aperto. Da cui piove dentro. La pioggia che vi entra – si dice – rappresenta le lacrime delle madri dei soldati caduti in battaglia, cui il monumento è dedicato. Penso, infine, a un dipinto di evidente gusto socialista, posto su una facciata di un edificio costruito durante il nazismo per ospitarvi un ministero: rappresenta i lavoratori felici, che si recano in fabbrica o negli uffici festanti e inneggianti. Il dover essere. Sotto di esso, a terra, una teca di vetro delle stesse identiche dimensioni - lunga e stretta - contiene una fotografia che rappresenta i moti di protesta repressi brutalmente dalla polizia della DDR. L’essere. Cioè a dire: la pittura e la fotografia, la rappresentazione e la realtà. Il socialismo come doveva essere e il socialismo come è stato.
Ma Berlino è molto di più dei suoi simbolici monumenti. O del suo magnifico Duomo che si specchia nel fiume Sprea, o dell’altissima torre della Tv (ma più bassa di qualche centimetro di quella moscovita, per non indisporre la “casa madre”…). L’aria che si respira in città – un cantiere sempre aperto – è viva, frizzante, dinamica, volitiva. Le idee circolano veloci come le connessioni wi-fi nella rinnovatissima e scintillante Potsdamer Platz, dove giovani e meno giovani si siedono per terra con il loro portatile e navigano, scrivono, cercano (ah, come sono lontani i taccuini delle parigine nei caffé della capitale francese!). Influenze est-europee e turche si mischiano alle tradizioni della mitteleuropa e al (cattivo)gusto statunitense: negli spettacoli teatrali come nell’organizzazione degli eventi, nel vestire della gente come nell’architettura cittadina, nelle cucine come negli internet point.
Berlino è… le facce dei berlinesi. Io vi ho visti, berlinesi. Vi ho osservati. In metropolitana, per le strade, nei caffè. Ho visto le vostre facce indaffarate, pensierose. Facce segnate, e disincantate. Facce che hanno visto molto, e facce metropolitane, per le quali una capigliatura viola è altrettanto ordinaria di una cravatta regimental. Facce fiere, che gettano sguardi puntuti. Io ho provato a leggere nei vostri pensieri: quante ne avete passate, eh, berlinesi?
Ma quel tramonto… Quel tramonto sulla Porta di Brandeburgo, struggente quanto un ultimo bacio... Quel tramonto che ha gettato una luce rosa su ogni cosa, e su quelle nuvole “lunghe e strette”… Quel tramonto che forse vide anche Bernd, quell’altra sera… Quel tramonto che ha fermato il tempo, facendo abbracciare gli innamorati e sorridere i vecchi… Beh, quel tramonto lì… vi siete fermati anche voi a guardarlo, il naso all’insù. Tutti si sono fermati, sì: anche i berlinesi. E tutto pareva fermo. C’era solo Berlino, e il suo cielo sopra. 10月10日 [Balzelli e disobbedienza civile]Riassunto delle puntate precedenti.
Questa è la raccomandata che scrissi alla televisione di Stato il 18 luglio 2003, in seguito all'ennesima richiesta di pagamento del canone:
Con raccomandata in data 27/6/03, mi si comunica che non risulterei “nel nucleo familiare anagrafico del titolare dell’abbonamento televisivo di cui ha dichiarato di fruire nella Sua comunicazione”.
Immagino che tale accertamento sia stato effettuato sulla base di un certificato di famiglia (se mai accertamento vi sia stato, posto che è nota e documentata anche su giornali a diffusione nazionale la “prassi” da voi adottata di spedire comunicazioni di tal fatta sempre e comunque, magari confidando che qualche anziano o comunque persone ingenue, inesperte, o semplicemente disattente finiscano per pagare). Ora, poiché da tale certificato risulto unico componente della famiglia, nella vostra insipienza delle cose della vita (per tacere dell’eventuale malafede sopra descritta), avete concluso che ho dichiarato il falso. Dimenticando per un momento il carattere ingiurioso di tale affermazione, debbo rammentarvi che due persone possono convivere senza formare una famiglia e segnatamente senza essere sposate, senza per questo cessare di “fruire dello stesso abbonamento televisivo”, per usare il vostro involuto linguaggio.
La circostanza della convivenza vi era stata peraltro espressamente segnalata nel pre-stampato a voi inviato in data 24/2/03, ove specificavo che il grado di parentela era “fidanzata convivente”, comunicazione che vi allego in copia.
Vi diffido pertanto a non rompermi più i coglioni con comunicazioni oltraggiose quale quella citata, e, in difetto, vi significo che, in caso di ricezione di altra raccomandata da parte vostra di tono e contenuto analogo, sarò costretto a depositare querela per molestie nei confronti del soggetto firmatario.
A tale scopo, sono a chiedere fin d’ora, ai sensi del Capo II (responsabile del procedimento) e del Capo III (partecipazione al procedimento) della legge 241 del 1990 e suoi regolamenti attuativi, di indicarmi il nominativo del soggetto che ha firmato, in maniera illegibile, la comunicazione in data 27/6/03, della quale allego copia.
Dopo quella raccomandata, non mi hanno più rotto i coglioni: la lascio qui come fac-simile per casi analoghi, laddove vi capitasse. Successivamente ho lasciato quella casa (e quella fidanzata). E ora, nella nuova casa, vengo raggiunto da una nuova richiesta di pagamento: legittima, stavolta. Questa è la comunicazione di risposta che spedirò.
Non spett.le Rai,
vengo raggiunto dalla richiesta di pagamento del canone relativo alle vostre insulse televisioni.
Sono a comunicare che intendo resistere a tale richiesta in segno di disapprovazione e protesta per gli atti di censura e di violazione del diritto costirtuzionale di espressione attuati attraverso la soppressione del programma denominato “Raiot”.
Sono pertanto a diffidarVi dall’inviarmi nuove richieste, che resteranno senz’altro inevase, riservandomi di esporre al Giudice la legittimità di tale disobbedienza civile.
(confido che chiunque abbia a cuore la libertà di espressione attui analoghe iniziative) 10月7日 [Changez la femme!]Odio mangiare da solo: infatti per lo più non mangio, o mangiucchio, quando son solo.
Mangiucchiavo una pizza surgelata seduto sul futon quando ho acceso la tv: tanto per avere un po’ di sottofondo… qualcuno che parlasse… Sgarbi… bleah… Cambio canale… Un momento… Cosa?! Ho capito bene? Candidato per l’Unione? Ehi, l’Unione è la coalizione di centro-sinistra?! Siamo sicuri? Non può essere! Un baciapile per capo e un manganellatore mediatico tra i candidati? Uno scherano di Berlusconi? Quello che insultava e calunniava ogni giorno chiunque non affondasse la lingua nel culo del suo padrone?
Collegamento telefonico… Alba Parietti… Ah, beh… mi pare giusto… Ma è ancora viva? E che cazzo vuole? «…va bé che il mio futuro professionale dipende da queste elezioni…». Cioè mi stai dicendo che se vince il centro-sinistra torni in tv? E’ già tutto deciso, quindi? Sono queste le priorità? …Ah, beh… Questo sì, è uno stimolo a votare il baciapile!
Il solito valzer, insomma... Changez la femme! Musica!
(Spengo quella merda e torno a leggere Christa Wolf) 10月3日 [Due più due fa quattro]Non mi era mai capitato che il pubblico applaudisse, alla fine di un film: è un fatto singolare, in assenza del regista o di un qualche attore.
Eppure alla fine di Viva Zapatero è successo: forse per la voglia di dire “io c’ero”, forse per la voglia di dire qualcosa, di esprimere la propria idea, sia pure solo attraverso il battito delle mani.
In quel film, infatti, si racconta dell’impossibilità di dire. Si racconta di censura.
E’ ambientato in un Paese lontano, probabilmente sudamericano, come si evince dal titolo, e pare racconti una storia vera, sebbene un po’ incredibile per noi europei...
La storia si incentra sulla vicenda di Sabina G., un buffone, come si definisce lei stessa. Un buffone che satireggia il potere, e che il potere ha censurato.
Ma questo è solo lo spunto per raccontare altre storie di quello sfortunato Paese, in cui i metodi repressivi sono attuati non più con i manganelli, ma con le querele, o con gli atti di citazione per richiedere danni da milioni di euro notificati a tutti coloro che prendono in giro il potere, come appunto Sabina G.
Si racconta di un Paese dove la libertà di informazione non c’è più, e quando c’è è delegata ai comici. Come Beppe G., intervistato fuori da un’aula di tribunale dove attendeva di discutere la solita causa di danni intentatagli dal potere: in maniera molto tranquilla, quasi mesta, Beppe G. invita la cronista del maggiore quotidiano nazionale a risparmiarsi la fatica di prendere appunti, tanto non le pubblicheranno niente di quello che sta trascrivendo: lei conferma. Sottovoce.
Si racconta di un Paese in cui l’opposizione è connivente con la maggioranza, e avalla le censure di quest’ultima, solo con un filo di imbarazzo e imbarazzanti giri di parole.
Si racconta di un Paese in cui il potere riesce a destituire il direttore del più importante quotidiano nazionale.
Si racconta di un Paese in cui l'ottuagenario decano del giornalismo televisivo, che per quarantanni ha raccontato le vicende del suo Paese, viene considerato un pericoloso sovversivo e licenziato dalla televisione con raccomandata con ricevuta di ritorno (“...la ricevuta di ritorno. Questa è la cosa che mi ha offeso di più... Come se temessero che poi avrei detto che non lo sapevo.. bah...”)
Si racconta di un Paese in cui l’unico programma di approfondimento sul potere è delegato a un suo servo.
Si racconta di un Paese, il cui Presidente ha lanciato un cantante di canzoni popolari, e insieme a lui si esibisce cantando nell’unico programma di “approfondimento” (pare che anche questo non sia un fatto inventato, perché viene trasmesso uno spezzone di quella trasmissione...)
Si racconta di un Paese in cui l’opposizione non è da meno: la telecamera riprende impietosamente tutti i leader di essa su un palco a cantare insieme una canzona popolare. Il tutto, mentre il Paese va a fondo.
Infine, si mostra come tutte le sere in Francia, in prima serata, si prenda in giro il Presidente (si vede uno spezzone di trasmissione in cui canta insieme agli altri leaders mondiali “noi inculiamo il mondo” sulle note di We are the world), e si intervistano i responsabili delle televisioni dei Paesi europei (“potrebbe succedere anche da noi un simile disastro?” si interrogano gli inglesi).
No, da noi non potrebbe succedere: da noi, “due più due fa quattro”. 9月13日 [Surviving Sarajevo]Campo minato. Era soltanto una metafora per indicare un luogo o una situazione potenzialmente pericolosa, prima. Dopo aver percorso le strade che portano al parco naturale di Plitvice, in Croazia, la metafora si è materializzata in un inquietante cartello che ti ritrovi a fissare attonito quando scendi dall’auto per orinare. E’ prudente non allontanarsi dal ciglio della strada quando si scarica la vescica, nei pressi di Plitvice. La strada riserva altre sorprese. Non solo boschi fittissimi e distese di prati, ma anche case: quasi tutte di mattoni rossi a vista. Sono i mattoni dell’Unione Europea, con i quali sono state ricostruite le case distrutte dalla guerra dei dieci anni. E quando vedi interi villaggi di mattoni rossi, ti ritrovi a riflettere sul fatto che il villaggio era stato raso al suolo. Completamente. E’ al confine con la Bosnia, il parco di Plitvice. E nei pressi dei confini, i mattoni rossi aumentano esponenzialmente. (Confine… Che strana abitudine, quella degli umani, di darsi dei limiti, di costruire recinzioni, cancelli, barriere, dogane. Muri. E di chiudercisi dentro, chiudendo fuori gli altri. In nome di un senso di appartenenza che porta addirittura a uccidere colui che è sentito come diverso, a distruggere la sua casa, a violentare la sua donna) La natura di Plitvice emoziona, dopo aver percorso le tracce di tanta devastazione: cascate, ruscelli, fonti, rivoli, laghi. Acqua che scroscia, scorre, sgorga, stilla, specchia. Acqua ovunque. (Acqua… Il più prezioso dei beni della terra: altro che confine, pallida riga tirata su una mappa, simulacro di sicurezza per vincere paure ancestrali. Le ultime guerre, forse, l’uomo le combatterà per conquistare l’acqua, e non strisce di terra) E colori, colori mozzafiato. Il verde intenso delle foglie, il verde brillante dei muschi, il verde trasparente dei laghi, il bianco accecante della spuma d’acqua, impetuosa. Da lì a Sarajevo, solo mattoni rossi, invece... Tracce di un’ecatombe. Il traffico a Sarajevo è caotico, da città mediorientale. Ma i clacson sono rumori lontani, quando ti perdi a osservare costernato, dall’automobile, gli edifici distrutti o semidistrutti dall’assedio. La città si sviluppa in lunghezza: alla fine del lungo rettifilo a più corsie ai cui lati sorgono i tipici casermoni dell’edilizia da socialismo reale, giunti ai piedi di una delle colline che la circondano, si entra nel bellissimo centro storico, ove convivono, letteralmente fianco a fianco, minareti e campanili, chiese ortodosse e sinagoghe, in un dedalo di deliziose viuzze in pietra. Contrariamente alle aspettative, gli alberghi hanno prezzi proibitivi per le nostre tasche: ci spiegano che le strutture di ricezione sono state decimate dall’assedio e quelle rimaste devono far fronte a tutta la domanda, e al recupero delle spese di ristrutturazione. Ma un portiere d’albergo compassionevole ci segnala una possibilità alternativa: a pochi metri da lì, affittano un appartamento. Vengo accolto da un signore premuroso, che, esprimendosi a gesti, mi invita a salire in casa dove mi accoglie una biondina dai modi cortesi ma spicci, probabilmente sua figlia: in un buon inglese, mi mostra il bell’appartamento borghese, il cui arredamento mescola, in modo curioso ma armonico, gusto mitteleuropeo e orientale. Infine mi comunica il prezzo: affare fatto. E’ con un certo disagio che riempiamo la bella vasca semicircolare: questa città è rimasta senza acqua, né elettricità per un anno, durante l’assedio. Il 5 aprile del 1992, infatti, sulle colline che circondano la città, chiudendola in una specie di anfiteatro, apparvero duecentosessanta carri armati, centoventi mortai e un numero imprecisato di cannoni, katiuscia, kalashnikov, mitra e cecchini. Ci è stato spiegato che decisero di restare sulle colline, senza entrare nella città (fatta eccezione per qualche cecchino...), perché quando ci provarono la popolazione, sebbene disarmata, reagì con inaspettato vigore: gli invasori preferirono pertanto far morire lentamente la città che rischiare di perdere qualche uomo. Ma la città - in cui convivevano croati cattolici, bosniaci musulmani, ebrei e serbi ortodossi - aveva risorse inaspettate. Veniamo accompagnati alle porte di Sarajevo, presso l’aeroporto (unica zona che l’Onu pretese restasse libera, durante l’assedio). Ci mostrano una casa, crivellata di colpi da arma da fuoco, come molte altre. Entriamo in un salotto arredato in modo rustico. Un buco nel pavimento. Il tunnel: dopo un anno di assedio, quando la città era allo stremo, gli ingegneri di Sarajevo progettarono una galleria che partendo da un punto esterno alla linea d’assedio raggiungesse la città. Gli uomini che scavavano dai due lati si raggiunsero e incontrarono con precisione notevole. Sbagliare i calcoli sarebbe stato letale. Gli uomini sulla collina videro accendersi delle luci nella città. La loro reazione fu rabbiosa, ma il tunnel degli uomini della città non fu mai trovato. Singolarmente, il libro sulla storia della guerra dei dieci anni che ho letto non parla di questo straordinario éscamotage, che fu fondamentale per la resistenza della città: consentì - trasportando acqua, energia elettrica, beni di consumo - di sopravvivere altri due anni, fino all’armistizio. Il libro Sarajevo - Survival Guide (prodotto da Fama, distribuito da Workman Publishing), invece, descrive con invidiabile ironia la vita quotidiana in una città sotto assedio: le ricette per cucinare le lumache raccolte nel proprio giardino dopo una pioggia o per creare un “vino” con il riso e un po’ di alcol etilico, i metodi per accendere un “bel” fuoco sul pavimento del proprio salotto, o per raccogliere l’acqua piovana e potersi poi dissetare o sciacquare le ascelle. Ci sono anche le attività ricreative: la corsa a ostacoli (dove gli ostacoli - claro - sono rappresentati dal fuoco dei cecchini), o - per i bambini - la conta delle granate inesplose piovute sulla città… Come in ogni guida Michelin che si rispetti (perché questo è il modello cui si ispira con amara ironia il libro), c’è la “Sarajevo by night” (People of Sarajevo put daylight to maximun use. They go to sleep early in order not to use heating or electricity. They go to sleep early, because they don’t see in the dark. They go to sleep early because the curfew starts at 10 p.m. and ends at 5 a.m. They wake up at any time during the night if there is a sign that water, or electricity, has come. These moments never last too long), dove tra le altre cose si spiega come fabbricare una candela. Ci sono i mezzi di informazione: un unico giornale superstite, venduto dagli stessi giornalisti agli angoli delle strade, ma soprattutto i rumors, le “voci”, che si spiega corrano con incredibile velocità per la città, dando conto con regolarità – “this time for sure” (“questa volta è vero”) – di un intervento militare della Nato, o della liberazione di una parte della città, o della creazione di un corridoio attraverso l’assedio. E con regolarità smentiti. Ci spiega che Sarajevo è abitata da gente magra, che ha fatto le più moderne diete... e ora tutti portano gli abiti di quando erano giovani, con taglie adolescenziali: con ironico orgoglio, dà conto del fatto che i cittadini di Sarajevo sono stati in grado di perdere - in totale - ben quattromila tonnellate del proprio peso, durante l’assedio... Non solo chili, ha perso Sarajevo: sono migliaia i morti durante l’assedio e sterminati i cimiteri che si vedono ai piedi delle colline. Camminare per la città - così bella, così orribilmente mutilata - è faticoso: non per le gambe, ma per lo spirito. Case semidistrutte, o crivellate di colpi. Per aria, enormi cartelloni che sembrano pubblicitari: di un jeans, di un giubbotto; sono in realtà indumenti appartenuti ai caduti della strage di Srebenica, e si invita al riconoscimento per dare un nome ai cadaveri di quella terribile fossa comune. Per terra, chiazze di vernice rossa, per ricordare - ci spiegano - i punti in cui sono cadute le bombe che hanno provocato le stragi più sanguinose: l’effetto per il visitatore che si trova a calpestarle è quello desiderato. Di sbigottimento, di incredulità… Attonito alzi lo sguardo dalla macchia rossa, e ti guardi in giro: pensi che quelle stesse persone che adesso camminano con il telefonino in mano, meno di dieci anni fa cercavano di sfuggire alle granate che piovevano sulla città. Pensi che quelle stesse persone potrebbero non esserci più, oggi, se quella mattina fossero andate al mercato a fare la fila per un tozzo di pane. Pensi che coloro che ci andarono, quella mattina, al mercato, «tutti fecero il solito scherzo che fanno di solito i morti [quelli di Belfast come quelli di Sarajevo], tanto chi morì all’istante, quanto chi perse la vita dopo qualche secondo o poco più. I loro corpi palpitanti e vitali in un soffio si trasformarono in cadaveri inanimati» (Robert Mc Liam Wilson, Eureka Street, Fazi Tascabili). Pensi che la tua visita risenta di tale perdita: meno volti, meno storie da essere ascoltate. La città più piccola. Hanno sguardi fieri, i cittadini di Sarajevo. Anche quando ti informano che la parte est della città si trova lì, proprio dietro il grattacielo annerito dalle bombe che un tempo ospitava il Parlamento: “Hiroshima”, così è chiamato dagli abitanti di Sarajevo questo quartiere della città. Rende l’idea: la zona è devastata, e devastante per chi la osservi. Case borghesi dei primi del Novecento con il tetto sfondato e le tendine alla finestra… una signora seduta sul balcone legge un libro, con una corona di buchi da colpo di kalashnikov sul muro alle sue spalle… un vecchio con un abito liso e un viso di sughero cammina dignitoso verso quella che era la sua casa, e che ora è ridotta a catapecchia. Torniamo in centro. Ci sediamo ai tavoli del nostro ristorante, tutto in legno, simile a uno chalet. Tovaglie di lino, e tendine in pizzo appese alle piccole finestre: molto mitteleuropeo. Ha una cucina raffinata, la Bosnia, sicuramente la più evoluta tra quelle che ho conosciuto dell’est europeo. E ottimi vini. Che ci scaldano un po’. E parliamo, parliamo senza sosta, dopo i lunghi silenzi sbigottiti, dopo le tante emozioni: abbiamo tante cose da raccontarci, impressioni da scambiarci, sensazioni da trasmetterci. E io ho una gran voglia di rifugiarmi nel suo corpo morbido. 9月8日 [31 cazz... ehm... canzoni]Come nell'originale hornbyano, non sono le canzoni del secolo, né quelle che porterei sulla famigerata isola deserta. Ma semplicemente quelle che per me hanno un valore affettivo dovuto a una persona, un ricordo o un periodo della mia vita.
In ordine rigorosamente non sparso. 1. [Tunnel Of Love – Dire Straits] Aveva i colori del Genoa, quel disco. Per questo mi colpì, tra i tanti vinili della collezione di mio fratello. Lo misi su con cautela: avevo il divieto di toccare il giradischi, all’epoca. La voce calda e paterna di Knopfler e quella chitarra che parlava, letteralmente parlava, segnarono l’inizio di un viaggio che dura tuttora. 2. [Karma Chameleon – Culture Club] Mai stato il mio genere, ma fischiettare l’accativante ritornello aveva il potere di calmarmi lungo le strade dietro Piazza Sant'Ambrogio, che percorrevo per raggiungere le aule del ginnasio, dove si respirava l'aria pesante dell'angoscia e dell'ignoto. 3. [Hysteria – Def Leppard] Intorno a quel tavolino, in un bar del centro di Milano, appena fuori il liceo, si riuniva, nelle giornate di sciopero, la frangia piccolo-borghese della classe: il cosiddetto circolo filologico. Si parlava di politica, di storia, di sesso, di libertà, di sogni, di trasgressione, di filosofia, di progresso e conservazione. Sono nati amori che durano tuttora, altri meno longevi, e altri ne nacquero in seguito. La nostra canzone era Hysteria. 4. [Liberi Liberi – Vasco] Seconda liceo. Un funerale (anzi due). La classe si stringe intorno a loro, con un senso di appartenenza che c’era anche prima, e che non è mai più venuto meno. Non è così fredda, Milano. 5. [Another Brick In The Wall – Pink Floyd] Notti adolescenziali e post adolescenziali sulla spiaggia di Alassio, la solita compagnia da anni, la sangria di Budry, dire fare baciare lettera testamento, talora una chitarra, qualcuno si apparta con qualcun altro (vuoi per “confessarsi”, vuoi per baciarsi), qualcuno si addormenta sulla sdraio, scrosci di risa improvvisi aspettando l’alba. E una sera, i suoi capelli ricci, le schermaglie, e uno stupido jingle che mi martella la testa: “per l’uomo che saaa… capire il momento…”. 6. [Glory Days – Bruce Springsteen] Washington D.C. Sedotto in una camera d’albergo dove dormiva con lui. Che bussava furiosamente alla porta. Uscita tattica a passo felpato. Una vacanza studio da ricordare: un branco di ventenni infoiati provenienti da tutta Italia riuniti su un aereo e spediti negli States. Dove prendono un altro aereo: le cui eliche di sinistra vengono fatte partire a mani nude dal comandante, dopo alcuni infruttuosi tentativi “istituzionali” dalla cabina… L’inizio di un delirio. 7. [Back In Black – AC/DC] Ricordi quel ferragosto? Tua madre mi pregò di andare con te, prima della notte all’addiaccio che stavamo per trascorrere, in attesa di prendere il primo treno della mattina per il tuo paese. Non c’era bisogno di chiederlo, e fu commovente vedere tuo padre all’alba alla stazione - lontano e discreto - assicurarsi che partissimo senza problemi. Parlammo tutta la notte: della vita e delle donne. E di quella troia che aveva succhiato il cazzo di 23 centimetri dell’amico di un amico, dietro un cespuglio della piscina: andavamo su per lei, ricordi? Una notte e un giorno che ci legarono per sempre, e la rabbia del metal. Eravamo inquieti allora. Io lo sono ancòra. Tu lo eri ancòra quel 17 novembre, prima dello schianto? 8. [Used To Love Her – Guns n’ Roses] Andiamo a studiare al parco? Perché no? in fondo è maggio e il primo esame universitario non è lontano. Come dici? Hai le mani fredde? Mettile qui… qui c’è caldo… Le mise lì. E’ l’inizio di una relazione che avevo desiderato già anni prima, quando la storia sarebbe dovuta iniziare: una relazione lunga, tormentata, intima. Un inizio scandito dai Guns e da questa canzone, sentita mille volte, in quella straordinaria primavera di amore e lotta. 9. [You Ain’t The First – Guns n’ Roses] Rabbia e paura. Un ventenne alle prese con qualcosa di più grande di lui. Qualcosa che non voleva perdere. 10. [November Rain – Guns n’ Roses] E giunse troppo presto l’autunno. Forse non andò più via. O forse il problema sono io. 11. [Money For Nothing – Dire Straits] Gli interrail…Da sinistra a destra: Lisbona (e l’emozione di arrivare alla finis terrae, primo lembo di Sudamerica in Europa), l’Algarve (con le sue acque gelide e il piatto migliore che abbia mai mangiato: la cataplana), Londra (e il fascino notturno dei londinesi), Edimburgo (salvati in stazione da un edimburghese folle, quando già si era rassegnati a dormire all’addiaccio… e una notte da un pub all’altro con l’edimburghese folle, soprannominato Pisellino, per le verticali che faceva per strada con il kilt addosso, scoprendo così il suo aggeggi(n)o, al grido di “Freedom!”), Siviglia (e i 50 gradi, l’aria condizionata di Mc Donalds, e la notte sulle scale mobili della stazione, svegliato dal manganello di un poliziotto), Barcellona (e gli artisti di strada sulla rambla), San Sebastian (e il basco extra lujo), Biarritz (o della belle epoque), Bordeaux (e l’inizio di un racconto), la Normandia (e l’aria ispirata e i gabbiani urlanti), Mont Saint Michel e gli strapiombi di Etretat, Parigi (e le amanuensi da bar), Rouen (e i punkabbestia), Amsterdam (e il nazipadrone d’albergo). 12. [Ode To My Family - Cranberries] Avrei anche potuto indicare Imaginations From The Other Site dei Blind Guardian: sono due delle tante scoperte musicali di quei pomeriggi da commesso al negozio di dischi. Personaggi stile Clerks che si susseguivano al di là del bancone... storie di vita, confidenze, piccole manie. Un osservatorio privilegiato, e mille dischi da curiosare. 13. [Every Little Thing She Does Is Magic - Police] Del periodo universitario resta soprattutto questo: il corso di inglese e quella fossetta. Uno sguardo furbo, e le schermaglie su politica e religione. E troppo casti film in lingua originale. Un’intesa tanto spontanea quanto intempestiva. (Ovvero: su ciò che poteva essere e non è stato) 14. [Secretly – Skunk Anansie] Una casa provvisoria vista naviglio in un inizio d’estate, progetti di indipendenza coltivati da tempi immemori e frustrati dall’ansia di arrivare, cene sul balcone con tramonti struggenti, e un video su cui fantasticavo mentre cucinavo gli arrosti... 15. [Wild World - Cat Stevens] Uno dei luoghi che ho amato di più, un’isoletta croata i cui profumi mediterranei ricorderò per sempre. Branko, il padrone di casa, che parlava con noi di Garcia Marquez, della guerra dei dieci anni, e di etimologie comuni a tutte le popolazioni adriatiche. Le spiagge naturiste, e quella giovane coppia slovacca con cui socializzammo in maniera birichina… Lunghi pomeriggi, nudi in spiaggia, parlando del “divorzio” con la Repubblica Ceca e di storia, e cene sul lungomare ascoltando il bel cantante che cantava tutte le sere questa canzone. La nostra canzone. 16. [Narcotic - Liquido] Una Saxo blu impolverata… Antibes, Marsiglia, Montpellier, Avignone, Arles e la Camargue che scorrono fuori dal finestrino… E poi le fughe da alberghi troppo cari, lo spettacolo mozzafiato delle Calanques, i torelli da monta di Arles, le bistecche di toro della Camargue, la lavanda sfiorita, le cittadelle medievali, e on y dance, on y dance. E quel tara-tattatatattatara! che ti faceva saltare sui sedili, e la voce calda del cantante… 17. [Prima Di Partire Per Un Lungo Viaggio - Irene Grandi] Mai amato questa cantante, ma quell’estate tra la Sicilia, con gli amici dei tempi di Hysteria, e la Spagna, a casa della sorella del ballerino, fu scandita da questa canzone. Un itinerario inedito tra le bellezze straordinarie dell’isola, percorsa in lungo e in largo con una 147 noleggiata in luogo che ci riportava ogni sera nell’incantevole casolare in collina dove alloggiavamo: granite insuperabili, polvere, la Cefalù di Velux, la Rometta di Claudia (e i grandi ritrovi famigliari), la valle dei templi, il mare trasparente del parco dello Zingaro, le “piscine” salate di Tindari. E gli odori e le strade di Valencia e Peniscula… e quel bagno tutti insieme, nudi e ubriachi, prima dell’alba. L’ultima estate felice. 18. [Strangelove - Depeche Mode] Uscire prima dall’ufficio, una sgambata in bici lungo la darsena, due chiacchiere prima di salire... conoscersi, scoprirsi, parlare di sé, sentirsi piccoli mattatori: tutto in lingua, due volte a settimana. E risate, tante risate. 19. [Mmm Mmm Mmm Mmm – Crash Test Dummies] Maggio. In auto coi compañi di lavoro, quelli contemporanei e quelli dell’età mitica, quella in cui si era “giovani rampanti”, e insieme chaltroni alle prese con quotidiani scherzi idioti. L’adrenalina prima dell’avvenimento. Le sciarpe sventolanti fuori dalle macchine, sull’autostrada. I cori, la paura... la felicità prima di un lutto. E un esaltante 3-1. 20. [Che coss’è l’amor - Vinicio Capossela] Una serata magica ascoltando questa canzone a chilometri di distanza, immaginando l’estate, il mare, un’ambientazione stile scena finale de Il matrimonio del mio migliore amico, una camiciabiancadilino®, un vestito lungo, un ballo romantico… Un’affinità notevole, sensibilità alle stesse corde, una confidenza che raramente sono riuscito a dare con questa profondità. 21. [SOS - ABBA] Un pomeriggio primaverile scorbutico, litigi furibondi, tutti contro tutti. Adrenalina. Quella canzone in radio… La quiete dopo la tempesta e la luce struggente e rossa che entrava nella stanza di una casa che non sentivo ancòra mia. E un mondo che cominciava a diventarlo. 22. [Amore Di Plastica - Carmen Consoli] Un week-end al mare con le nipoti. Deciso più per sedare una tantum il senso di colpa di uno zio assente che per convinzione. E rivelatosi più denso di quanto sospettassi. Con la malcelata trionfale stupefazione dello zio che vede le canzoni di Carmen Consoli imparate a memoria al primo ascolto. 23. [Ogni Volta - Vasco] C’è questa canzone ogni volta che mi prendo la testa tra le mani, e impreco contro me stesso. 24. [Starman - David Bowie] “Sai, mi viene da chiedermi se sei un gigolò...” E sì che non mi pareva ‘sta gran disinvoltura girare nudo per casa dei suoi, dopo la prima volta. Due grandi occhi blu, che vedevo e cercavo come la luce alla fine di un tunnell, in un periodo doloroso e confuso. Lievità, dopo annodati contorcimenti, e abbondanza, dopo la magrezza. La parentesi, già. 25. [Lust For Life - Iggy Pop] Andiamo al mare? Perché no? Via, si parte. Una focaccia in riviera, due asciugamani sui sassi, una lunga nuotata, chiacchiere e fumo. La pelle appiccicaticcia e la voglia di acqua dolce. Per gustare meglio la weiss al tramonto. Prima di ripartire. 26. [Sunday Morning - The Velvet Underground] Per un sospiro che diceva sì. Per le dita sulla tastiera. Per un terrazzo che scintillava, letteralmente scintillava. Per lui plastificato. Per una colazione indimenticabile. Perché di domeniche mattina così ne abbiamo avute tante altre. E non ho altro da aggiungere su questa faccenda. 27. [Dancing With Myself - Billy Idol] Una guida che scoprii in seguito essere dinoccolata, e che pensavo fosse solo spericolata, impaziente com’ero di arrivare al mare, vinto dall’urgenza di averla. Carismatica, bellissima, insieme fiera e delicata: come il tesoro di vita e fantasia che aveva dentro, e che ero ansioso di conoscere. Una notte e un giorno di sesso febbrile (e ancora e ancora). No, non danzavo più da solo. 28. [The Passenger - Iggy Pop] Conosciuti a un aperitivo, abbiamo ben presto dimenticato gli amici comuni che ci avevano portati lì per immergerci in una conversazione a tutto tondo, impetuosa, inarrestabile. Gusti comuni su tutto, e in particolare sul cinema (europeo, ça va sans dire). Avevo trovato *la* compagna di cinema. 29. [Where The Street Have No Name - U2] Mi è venuta in mente spesso questa canzone quando girovagavo su strade per me assurde, lontane e mai frequentate, quelle dell’hinterland nord-milanese, che mi trovavo a percorrere con assiduità per la prima volta. Ne è valsa ogni volta la pena, a cominciare da quando, attento più alla cartellonistica che alla strada, mi son ritrovato con un’auto nella fiancata (galeotto fu il cambio della ruota...), e non senza dimenticare l’ora e mezza di giri a vuoto intorno a Milano per trovare la tangenziale giusta alle cinque del mattino con al fianco un ottimista beota. 30. [High And Dry - Radiohead] Campeggio libero sul Trebbia, precisamente dove il fiume forma una magnifica laguna di acqua cristallina, tra vino, canne, salamelle e utopie, davanti a un fuoco scoppiettante. E una delle atmosfere migliori che il mio spirito ricordi. 31. [Changes – David Bowie] “E’ con immenso piacere che ti trovo sempre sulla mia sponda..” Questo sms, che conservo con orgoglio sul cellulare, segna l’inizio di un rapporto di stima (dopo la passione, impetuosa, su cofani roventi...). E poi incontri... tra Roma, Milano, l’Emilia... una compagnia (canaglia) di goliardi uniti sotto il vessillo del colore di una mutanda che non c’è (ah, utopia!). Ve l’ho detto che questa canzone - allegra, lieve, cerebrale - dovrebbere essere, secondo me, l’inno del PescaMalva? [Omaggio a Kàralis]No, la città non gli aveva mai dato l’idea di “una vecchia e grassa signora, mollemente adagiata su una collina”, come invece la descrisse lo Scrittore. Ma questi, o più precisamente un suo personaggio, la stava guardando dall’alto della nave, con la quale stava per approdare in città (dentro la città, perché il suggestivo porto di Kàralis è singolarmente situato in pieno centro e, a guardar da lontano, le navi sembrano entrare direttamente nel traffico della centralissima via Caput), mentre lui, Jacopo, non era invece mai giunto in città via mare. Solo l’ultima volta era entrato in città con l’auto: per il resto era sempre arrivato dall’aeroporto, situato ai margini del Grande Stagno. La città è invero quasi circondata dagli stagni, ma quello che lui più amava giaceva placido tra Kàralis e la città dove risiedeva (che era di fatto un quartiere residenziale di Kàralis, ove i karalitani non più in grado di sostenere le spese che comportava una casa in città si erano andati a stabilire): aveva percorso più volte la strada che, correndo parallela alla lunga spiaggia del Polletto, costeggiava quello stagno, e sempre si perdeva a osservare quelle acque ferme, assorto in pensieri malinconici ma pacificanti. Il vero struggimento lo provava però quando vi passava all’ora del tramonto, quando il cielo assumeva sfumature multicolor - dal basso all’alto: rosa, violetto, giallo tenue, verde acqua, azzurro e blu - che venivano riflesse nello stagno in un indistinto azzurro fumo... le luci di Kàralis appena più in là... e i fenicotteri rosa come sospesi sull’acqua, appoggiati sulle lunghe leve. Non aveva mai visto uno stagno prima dei suoi soggiorni a Kàralis, ma lo aveva immaginato come un luogo desolato e tetro: fu perciò sorpreso nel provare quelle sensazioni di pace e bellezza. Alloggiava nella splendida villa sul mare dell’amica Ortensia, una creativa piuttosto nota in città, che dapprima lo adorava, ma finì ben presto per adorare solo i suoi occhi estasiati alla vista delle bellezze della sua terra, di cui andava a buon diritto orgogliosa (invero Ortensia non smise di adorare neppure il bell’esemplare di calciatore della nazionale danese che lui si portava sempre appresso...). La giovane donna infatti - una personalità magnetica, fiera e libera, occhi intensi che penetrano, una risata atavica - amava introdurlo nei luoghi e nelle abitudini della città, e se lo portava anche in società, ove Jacopo poteva assistere - un po’ in disparte, ma contento di esserci - ad allegre feste in veranda tra padrone di casa inneggianti alla giustizia, timidissimi biofisici americani, e uomini che gareggiavano a raccontare resistibilissime barzellette in dialetto... feste che si concludevano regolarmente in balli sfrenati al suono di musiche popolari locali. Non disdegnavano neppure il cinema - privilegiando film politicamente o socialmente impegnati, che si concludevano spesso, in maniera molto ateniese, con un dibattito tra i cittadini e il regista o altre personalità, al chiaro della luna del Sant’Eulalia - o i buoni ristoranti, ove Jacopo si deliziava con le specialità locali e Ortensia si produceva in arzigogolate evoluzioni per evitare le tante pietanze che non considerava edibili (e quando inavvertitamente non riusciva a evitarle, i camerieri subivano piccate e risentite tirate), o le visite alle mostre d’arte, come quella dei surrealisti con i loro “cadavres exquis”, che si tenevano all’Ex-Ma, spazio che deve il suo nome al fatto di essere stato il mattatoio della città, e che ha la peculiarità di trasformarsi, la notte, in un locale alla moda, dove magrissime karalitane in ghingheri esibiscono le loro abbronzature dorate, sorseggiando cocktail coloratissimi... un posto dove peraltro Ortensia non lo avrebbe mai portato, per la dichiarata sua allergia a questo tipo di esemplari umani che vi pascolavano, ma Jacopo vi andò con un suo amico, perché la città voleva viverla tutta. Cominciò così ad amare quella città, di cui iniziava a condividere i ritmi, ad apprezzarne le forme e i colori, a frequentarne i luoghi di incontro, e a sopportarne i vezzi (come la locale concezione del tempo, per la quale “cinque minuti” sono capaci di dilatarsi all’infinito e quasi sempre questa capacità dilatatoria è lungamente esercitata...). Amava passeggiare da solo per la città, ed era attirato come una calamita dalle viuzze medievali di Castello, la città vecchia, ove non resisteva alla tentazione di sfilarsi gli infradito e calcare a piedi nudi – piedi come magneti – le pietre di quell’intrico di stradine ove le dimore nobiliari si affiancano alle numerose e antiche botteghe di artigiani e antiquari. Si fermava sempre, nel salire a Castello (di cui preferiva l’entrata della porta dei Leoni, da dove poteva rendere omaggio alla prediletta Torre dell’Elefante, rispetto a s’Avanzada di San Pancrazio), a osservare le splendide e coloratissime facciate degli edifici prospicienti il mare, che esibivano con fierezza le palle di cannone che vi si erano conficcate durante la seconda guerra mondiale. Pensava che nel corso dei secoli ne aveva subiti tanti di dolori, Kàralis, e che il suo volto è talvolta dolente, ma senza alcuna autocommiserazione. Anche quel giorno, il suo ultimo giorno in città, dopo aver lasciato Ortensia a casa a dare un caloroso e umido arrivederci al calciatore danese che Jacopo si portava sempre appresso, rese omaggio a quelle che erano ormai diventate sue abitudini e fece lo stesso giro. Non prima di aver bevuto una weiss al Savoy, dove incontrò il sorriso rassicurante del Biondo della Marina, un agente immobiliare che gli procurò una stanza in adorabile stile zen una volta che Jacopo decise di allontarsi dalla villa di Ortensia, dopo essere stato da lei scambiato ripetutamente per il suo maggiordomo (maggiordomo che peraltro Ortensia, con vezzo piuttosto inspiegabile, chiamava con un nome diverso da quello suo di battesimo...). Il Biondo gli narrò dei nuovi itinerari che aveva in mente per i suoi clienti, e ciò acuì il suo rimpianto per la partenza ormai prossima e, come se non bastasse, cominciarono a uscire dal locale le note di Volver, volver di Ry Cooder... “este amor apasionado/ anda todo alborotado por volver... nos dejamos hace tiempo/ pero llegò el momento de perder... y volver, volver, volver/ a tus brazos otra vez...”. Già, tornare... non riusciva a pensare ad altro mentre il Biondo gli parlava: aveva ancora così tante cose da fare lì... Pensò che era giunto il momento di qualcosa di forte (aveva già preparato un adeguato “fondo” sullo stomaco ingurgitando una buona dozzina di papassinas, il suo dolcetto locale preferito e una fetta di melone, che riteneva sgrassasse) e salì dunque al Castello. Si sprofondò nel cuscino di una delle sedie di vimini del Libarium, le braccia penzoloni e lo sguardo assente. Ordinò ovviamente un “Alligatore”, il cocktail - a base di calvados - preferito dallo Scrittore, che peraltro gli ha dato il nome. Lo ingollò in un sol sorso. E ne ordinò un altro. E poi un altro ancora. Finché non gli si disegnò sul viso quell’espressione inebetita, quell’interminabile sorriso vacuo con cui guardava il mondo scorrergli addosso come acqua sul marmo: adorava essere in quella condizione. E in quella condizione pensò che no, Kàlaris non gli aveva mai dato l’idea di “una vecchia e grassa signora, mollemente adagiata su una collina”, ma piuttosto di una signora dalla personalità magnetica, fiera e libera, coi piedi nell’acqua. |
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